Sei dei nostri? Opportunità di integrazione nella scuola

Il coro della Iqbal Masih mentre esegue il rap sulla Costituzione

Il coro della Iqbal Masih mentre esegue il rap sulla Costituzione

“La scuola è il luogo dove si apprendono le conoscenze che poi vengono usate fuori, nel mondo” afferma Silvia Tazzani, responsabile intercultura dell’ufficio scolastico regionale per il Lazio. O ancora come ritiene Khalid Chaouki, membro della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati, uno specchio “che racconta come sia cambiata la società”, in cui la questione dei bambini ritenuti “stranieri solo per una legge sbagliata” va affrontata al più presto per non perdere l’opportunità di relazionarsi con le seconde generazioni.

Dichiarazioni ascoltate all’evento conclusivo del progetto “Sei dei nostri: tutti per uno, uno per tutti!!!”, svoltosi la mattina di mercoledì 7 maggio nella Sala della Protomoteca in Campidoglio, opportunità per “gettare le basi della formazione per l’integrazione scolastica” degli alunni con cittadinanza non italiana, introduce ai lavori Roberto Reggi, sottosegretario di Stato al ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

L’incontro è stata un’occasione per le scuole coinvolte nel progetto di presentare le buone pratiche, mattutine e pomeridiane, già attive negli istituti. “L’intercultura deve unire, senza essere viziata dagli stereotipi”, racconta Massimo Guidotti, presidente della Onlus Celio Azzurro, “microcosmo” intorno a cui gravitano ragazzini da circa 80 paesi.

Presentazione della Di Liegro affidata a due dei loro studenti

Presentazione della Di Liegro affidata a due dei loro studenti

Un esempio di preconcetto capitò – in assoluta buona fede – con una maestra che per rendere partecipe un’alunna albanese nella realizzazione del presepio cercò una statuetta che la rappresentasse, ma secondo l’idea precostituita che abbiamo del paese delle aquile, “probabilmente una pastorella”, continua Guidotti. La madre ringraziò e spiegò che la figlia veste proprio come gli italiani “perché tale si sente e vuole essere”.

La narrazione diventa fondamentale per evitare situazioni sbagliate, “un racconto di giochi, ricordi d’infanzia, affetti”, che a quel punto possono essere più o meno contestuali ad un luogo, “è inutile lavorare sui piatti tipici delle feste nazionali”, che per i ragazzi sono soltanto “astrazioni”. Il raccontare è centrale anche nella visione dell’istituto in piazza De Cupis, in questi casi “la scrittura delle emozioni non viene neanche corretta, ma lasciata nella versione originale per rendere meno traumatico l’impatto con la grammatica”.

Gli approcci vanno a toccare anche altri aspetti, come il canto alla Iqbal Masih, dove i membri del piccolo coro hanno realizzato un brano rap, con tanto di esibizione dal vivo, che analizza i dettami costituzionali. Alla Manin si punta invece sull’ arte ed i confronti fra artisti e studenti, veicolo di integrazione là dove ci sono più difficoltà linguistiche.

Il materiale preparato dalle scuole

Il materiale preparato dalle scuole

Il Glottodrama Quando l’ambiente esterno non fornisce particolari stimoli all’apprendimento si punta sul “glottodrama”, metodo che sviluppa le attività orali integrandole con tecniche di recitazione teatrale. Nel 2010 l’istituto Fratelli Cervi vinse un premio per questo, con l’idea di far mettere in scena a dei ragazzi rom un copione che esplorasse tutte le dimensioni, culturali, linguistiche e drammaturgiche, per rimuovere i filtri emotivi tipici di chi studia un nuovo idioma. A breve sarà la volta del Signor G. di Giorgio Gaber.

Ciò che unisce le diverse organizzazioni impegnate “è attuare un processo che aiuti la crescita personale”, spiega Paola Piva, coordinatrice della Rete Scuolemigranti. La prima proposta è un’azione “congiunta con gli istituti per soccorrere gli insegnanti di fronte a difficoltà specifiche”, ad esempio semplificando i testi. “Imparare insieme alcune metodologie accresce la stima reciproca”, facendo capire che il volontariato non è solo “buon cuore, ma competenza”.

Le direttive ministeriali invitano anche a stretti rapporti con i genitori e le loro associazioni. “Quale può essere il nostro ruolo, doganieri o contrabbandieri?”, si chiede Angela Nava, presidente del Coordinamento Genitori Democratici. I primi “chiedono i documenti”, i secondi “agevolano il transito”, anche se fa riflettere come la metafora per qualcosa di positivo debba essere un’attività illegale. I protocolli esistenti stabiliscono delle regole, “ma raramente le famiglie di migranti si rivolgono ad associazioni, per cultura o diffidenza”. Con il risultato che in troppi casi sono i bambini a fare da intermediari nei colloqui insegnanti-genitori.

Il parterre di relatori

Il parterre di relatori

La situazione continua ad oscillare fra “programmazione ed emergenza anche se è dai primi anni ’90 che affrontiamo il problema”, lamenta Massimiliano Fiorucci, docente di Pedagogia Sociale presso l’Università degli Studi Roma Tre. Il ritardo non è solo culturale, ma “socio-economico, di marginalità”. Ecco perché la maggior parte degli scolari di origine non italiana ancora opta per istituti più professionalizzanti che immettano immediatamente nel mondo del lavoro. “Il dialogo si può avere a parità di diritti, abbandonando le pretese paternaliste contro soggetti deboli non di per se” ma che lo diventano nel nostro contesto. “Come disse uno scrittore keniota è necessario spostare il centro del mondo”.

Gabriele Santoro
(7 maggio 2014)

Fotografie Piera Francesca Mastantuono

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