Età dell’obbligo

Età dell’obbligo

Imparare l’italiano per comunicare e per studiare

L’alunno inserito in classe senza conoscere l’italiano, subisce uno straordinario trauma: non può comunicare con i compagni, non capisce gli insegnanti, non può leggere i libri di scuola. Talvolta le scuole dispongono di organici che consentono ad alcuni docenti di tenere laboratori  di italiano di 20, 30 ore  per i neo arrivati, ma sono del tutto insufficienti. L’inserimento degli alunni neo-arrivati nelle medie e ancor più nelle superiori inoltre, risulta particolarmente complesso, perchè gli studenti hanno bisogno non solo della lingua per comunicare, ma anche  di quella per comprendere testi complessi (spesso “indigeribili” anche per gli alunni italiani).

Il gap linguistico emerge  anche nell’alunno nato qui, che a casa giustamente parla la lingua dei genitori, e difficilmente trova qualcuno che lo aiuti nell’apprendimento dell’italiano. Non sempre le scuole riservano un’attenzione specifica alla semplificazione  linguistica dei nuclei portanti della varie discipline, necessaria per alunni con limitate competenze linguistica. E questo consolida pericolosi percorsi di espulsione. L’aumento crescente di scuole del Lazio che si rivolgono a Scuolemigranti per laboratori di italiano L2, segnala criticità sia nell’insegnamento dell’italiano per comunicare (neo-arrivati) sia in quello necessario per lo studio disciplinare (nati qui).

Le attività di accompagnamento allo studio rivolte anche agli italiani risultano molto efficace per gli alunni e le famiglie straniere in quanto rinforzano legami esterne alla scuola, che si riverberano nel clima scolastico. Doposcuola, centri educativi, laboratori che alimentano passione per la lettura e la scrittura, espressività, musica, danza, sport. Va segnalato il successo che riscuotono queste iniziative, quando restano aperte nei periodi di chiusura delle scuole (estate e lunga pausa invernale), quando sono gratuite e adottano un approccio interculturale (si veda a titolo di esempio la pratica consolidata del Municipio 1° di Roma). 

Bambini 3 – 5 anni

Mentre la partecipazione dei bambini italiani alla scuola dell’infanzia è quasi totale (96-97%), meno diffusa è quella dei bambini di origine straniera (75% dato Istat). Nel Lazio sono 14.596, di cui 12.217 nati in Italia. Anche le famiglie immigrate da più tempo, ma scarsamente legate alla comunità autoctona, tendono a tenere a casa i figli, privandoli di una pregiata occasione per imparare l’italiano attraverso la socializzazione e accedere quindi alla primaria con maggiore padronanza dell’italiano. Ma se l’associazione che insegna italiano nella fascia dell’obbligo, in cui i genitori ripongono fiducia, estende l’iniziativa ai fratellini più piccoli, riscontriamo immediato successo; basta il passa parola tra le famiglie per raccogliere molte adesioni. Dunque, per incoraggiare la formazione in età pre-scolare, servono iniziative promosse dall’ente locale, che coinvolgano direttamente le famiglie immigrate, in sinergia con le scuole materne e con le associazioni, quali feste, open day dimostrativo delle varie attività, ecc.  

Iscrizione alla scuola dell’obbligo

L’instabilità economica dei migranti porta non di rado a cambi di alloggio, residenza, scuole dei figli e possono verificarsi difficoltà nell’iscrivere l’alunno, soprattutto quando le classi sono ormai definite (settembre-ottobre). Ostacoli anche maggiori incontra il genitore che si ricongiunge con un figlio in età scolare e si confronta per la prima volta con complicate procedure burocratiche (scadenze, documenti, ecc.). Ancora a gennaio capita a Scuolemigranti di ricevere segnalazioni di bambini stranieri che non sono stati accettati in nessuna scuola. Per facilitare la ricerca di una scuola di quartiere può essere utile il sito http://www.scuolediroma.it/ sulle scuole, municipio per municipio, di ogni ordine e grado e sulle norme di iscrizione in molte lingue http://www.scuolediroma.it/inclusione/studenti-stranieri/.

Nel Lazio si riscontrano poche scuole ad alta densità di alunni stranieri (108 istituti con da 30% a 40% stranieri, 69 istituti con oltre il 40%) ma anche le associazioni segnalano che anche sotto il 30% gli alunni stranieri cominciano a trovare posto solo nelle stesse scuole, favorevoli alla diversità linguistica e culturale, innescando un fenomeno di “fuga e trasferimento” da parte dei genitori italiani. Perciò è importante che l’ente locale, come sta avvenendo in qualche Municipio di Roma, attivi un coordinamento tra scuole e associazioni, finalizzato a monitorare il fenomeno, nonchè a “premiare” dirigenti virtuosi che attivano progetti mirati a contenere la dispersione scolastica degli alunni di seconda generazione.  

Partecipazione del genitore straniero alla vita di scuola

Nella fascia dell’obbligo gli alunni stranieri sono 43.000, di cui 27.000 alle elementari e 16.000 alle medie. I genitori da coinvolgere sono un’esigua minoranza, ma l’esperienza dimostra che il loro coinvolgimento nel percorso di apprendimento può fare la differenza nella carriera scolastica dei figli. Quando il genitore non conosce l’italiano, tende a evitare i colloqui con gli insegnanti, i quali restano così privati di interlocutori essenziali per la conoscenza e l’orientamento degli alunni.

Varie  associazioni della Rete sono impegnate ad accorciare la distanza scuola-famiglie migranti: assistono i genitori in difficoltà, forniscono mediatori di lingua madre, traducono le disposizioni scolastiche per le comunità più numerose in zona. Un’associazione quartiere Esquilino impegna volontari che parlano il cinese nei colloqui con alcune scuole private, preferite dalla comunità cinese. L’iniziativa serve anche a sensibilizzare l’istituto privato sulle norme italiane in materia di istruzione (diritti e doveri).

Il laboratorio gratuito di italiano per familiari (mamme) è un’altra iniziativa che andrebbe diffusa, soprattutto quando è l’istituto scolastico a promuovere il corso e ad accogliere i genitori, e magari anche l’associazione nella propria  sede. L’esperienza della Rete testimonia gli effetti a cascata di queste forme di collaborazione: le famiglie colgono il valore sociale della scuola e le associazioni ottengono quella stabilità logistica che aiuta una progettazione a medio termine.

Complessivamente, queste iniziative andrebbero progettate da reti di scuole e associazioni, coordinate da Enti locali, Municipi e da Uffici scolastici provinciali. Superando un certo utilizzo estemporaneo e dispersivo innescato dei bandi per finanziare le scuole, si tratta di coagulare le risorse locali attorno a programmi organici e pluriennali.