Angela Spencer. È stata un’avventura.
Le redini
Sono venuta in Italia accompagnata solo dai miei sogni e dalle mie speranze. Noi Capoverdiani siamo stati i primi immigrati ad arrivare in Italia, all’inizio degli anni ’60. Si veniva a chiamata: il datore di lavoro ti mandava il contratto, il permesso di soggiorno, il biglietto aereo valido due anni.
Venivo da una famiglia molto povera. Mio padre faceva mille mestieri: il cancelliere al tribunale, il fotografo di paese, preparava vari tipi di documenti – compresi quelli necessari a venire in Italia. Ma lui non ci ha riconosciuto, per cui il peso della famiglia ricadeva sui sacrifici di mia madre e miei. Mia mamma era asmatica, avevo due fratellini piccoli, mio fratello grande era andato lontano a fare il militare. Andavamo avanti con lavoretti, pulivamo la chiesa… Allora ho preso io le redini della mia famiglia di origine. Per questo, nel 1977, sono arrivata in Italia. Ero sola, ero giovanissima, ero entusiasta. Il primo ricordo del mio viaggio è stato l’aereo, un aereo americano, era così grande! Mi sembrava troppo grande per volare. Da Capo Verde sono arrivata in Portogallo e da lì a Roma. Di Roma mi hanno colpito i palazzi e le strade, che erano così larghe. Io fino a quel momento avevo abitato in una baracchetta, su di me Roma ha avuto un impatto pazzesco.
Sulla soglia
Il primo periodo ho abitato a Latina con mia cognata, che era quella che mi aveva trovato la chiamata per venire in Italia. Non mi sono trovata bene. Soprattutto, volevo studiare. Perciò sono andata a lavorare nella casa di un notaio dalle parti di Corso Francia. La casa era molto bella, ma la stanza che mi avevano destinato era un tugurio. Succede spesso: in queste case lussuose le stanze delle cameriere sono spesso tremende, buie, piccolissime. Mi ricordo che per aprire il mio lettino dovevo chiudere la porta. Pensavo: ma se mi sento male come faccio a uscire? Morirò qui dentro perché nessuno potrà tirarmi fuori. La sera andavo a scuola, una volta sono tornata a casa con dieci minuti di ritardo e per punirmi non mi hanno aperto, ho passato la notte sdraiata sulla soglia.
Il primo bambino nero
Nell’80 è nato mio figlio. Avevo 22 anni. Per fortuna in quel momento avevo trovato lavoro presso una signora che per me è stata una madre e una maestra di vita. Era una contessa. Lei mi ha aiutato, mi ha voluto bene, ha cresciuto mio figlio come se fosse suo nipote. Gli ha insegnato l’educazione, a stare a tavola, lo aiutava va studiare. Mio figlio è stata un’altra delle grandi fortune della mia vita, oggi sono la mamma più orgogliosa del mondo. Certo ho avuto tanta paura! Però avevo anche una certezza: volevo tenerlo con me. Molte immigrate venivano convinte a mandare i propri bambini dalla famiglia a Capo Verde, per poter lavorare meglio. Io non ho mai voluto. Lui è stato il primo bambino nero nato a Colleferro.
Roma
Mio figlio ha sempre avuto molti amici. Quando lui era piccolo lavoravo dalla contessa, che viveva a Coppedè. Mio figlio da bambino guardava e conosceva la città: la fontana di piazza Mincio, l’Arco, il grande lampadario di ferro battuto. È andato al nido a Villa Ada. Lo portavo a giocare alle giostre in un parchetto che stava dove adesso c’è l’Auditorium della Musica, erano tenute da una famiglia con la quale avevo fatto amicizia. Adesso mio figlio è diventato architetto e a un esame all’università ha portato un lavoro su quella giostrina e quel piccolo parco che non c’è più. La materna l’ha fatta a Forte Antenne. Mi ricordo quando hanno messo la prima pietra di quella che poi sarebbe diventata la Grande Moschea di Roma, lì vicino. Quel giorno venne il Presidente della Repubblica, era Sandro Pertini.
La politica
La contessa diceva che in me trovava terreno fertile e che voleva insegnarmi. Come ho detto, è stata la mia maestra. Se c’è una cosa che ho capito nella mia vita è che c’è sempre da imparare, perciò è molto importante incontrare dei maestri e delle maestre. Lei mi ha fatto conoscere tante persone, come Nilde Jotti, che era allora Presidente della Camera. È così che mi sono appassionata alla politica. Il fatto è che la politica ti dà la voce. La nostra vita non può essere solo il lavoro, e lo dico anche se amo molto il mio lavoro: sono trentatré anni che lavoro nella stessa famiglia, sono orgogliosa di aver potuto compare una casa a trent’anni. Il lavoro ti dà la dignità, la politica ti dà la voce ed è una sfida continua. Mi piacciono le sfide, questo condividere le idee e misurarti con le idee altrui. Sono stata la prima donna nera a entrare nel direttivo della Casa Internazionale delle Donne, con Francesca Koch. È stata un’altra esperienza bellissima. Quando facevamo le assemblee, adoravo sentir parlare le altre donne. Ne ho incontrate di straordinarie. Mi hanno insegnato tanto e mi hanno portato con loro anche a riunioni importanti; mi hanno dato fiducia.
La sede della nostra Associazione di Donne Capoverdiane era dentro la Casa internazionale delle donne. È stata molto importante, quella associazione, e non è paragonabile a nessun’altra qui a Roma. Prima di tutto perché è stata la prima associazione di immigrate in Italia, dato che è nata nel 1988. Ne sono stata la presidente per due mandati, poi me ne sono andata perché mi hanno detto che non ero idonea: non avevo la laurea. Ma io ho fatto laureare mio figlio; due lauree in famiglia non ce le potevamo permettere. Ho pagato un mutuo, ho fatto laureare mio figlio, ha preso il dottorato, direi che in famiglia basta così. Io non ho la laurea, ma ho organizzato un progetto per un interscambio di trenta giovani tra l’Italia e Capo Verde. Trenta Italiani sono andati lì, trenta Capoverdiani sono venuti qua. Con un’associazione che si chiama Binario Etico e con Lunaria abbiamo portato a Capo Verde vecchi computer rigenerati e resi perfettamente funzionanti. Nel 2016 abbiamo fondato l’associazione Api, che adesso ha dieci anni. Il progetto più importante cui stiamo lavorando è portare l’associazione a Capo Verde; lì la sede operativa, qui la sede legale. Il locale l’abbiamo già individuato, adesso dobbiamo ristrutturarlo: ci saranno un caffè letterario e un museo etnografico, poi lavoreremo per lo sviluppo di un turismo sostenibile e di qualità. Immaginiamo un vero e proprio centro culturale pieno di attività: un luogo dove i bambini possano andare a fare i compiti, gli adulti possano studiare italiano – magari con la Rete della Scuole migranti – o altre lingue. La prima associazione era solo per le donne, anzi solo per le capoverdiane, questa è più proiettata sullo sviluppo e sulla cultura, ed è aperta a tutti.
«40 secondi»
Mio figlio è stato il primo bambino nero a nascere a Colleferro, Willy Monteiro Duarte invece a Colleferro è stato ammazzato. Io lo conoscevo bene, l’ho visto crescere. Ho fatto la parte della madre di Willy in un film bellissimo che si intitola «40 secondi». Sono arrivate a Colleferro delle persone che cercavano donne capoverdiane per un film – all’inizio non sapevo di che film si trattasse. Non pensavo di partecipare, mi sembrava una cosa per giovani, invece hanno chiesto anche a me di provare. Ho fatto un provino e mi hanno chiamato una seconda volta: lì mi è preso un colpo perché c’era anche l’attore che ha interpretato Willy, che è identico a lui. L’ho visto e ho iniziato a piangere. E ho pianto leggendo il copione. Leggevo e piangevo.
Due case
Venire in Italia è stata un’avventura, un sogno, lo rifarei mille volte. Sono cinquant’anni che sono qui. Mezzo secolo! Oggi mi sento una donna realizzata. Mio figlio abita a Venezia. Sono andata a trovarlo pochi giorni fa, abbiamo fatto un giretto: vederlo nel suo ufficio, sapere che sta bene, essere consapevole che con il mio lavoro e il mio impegno sono riuscita a fornirgli tutti gli strumenti che ho potuto, per me è una grande gioia. Adesso voglio tornare un po’ a casa. Ma anche l’Italia è la mia casa. Il problema è che quando sono a Capo Verde dopo due settimane mi manca l’Italia, e poi succede il contrario. Le mie case sono due.

