Libri viventi a Formia. Una “trappola” ben organizzata per attirare l’attenzione dei parrocchiani
La parola “immigrati” oggi evoca subito tensioni complesse, il problema degli sbarchi, centri di accoglienza sempre meno accoglienti, il conio di termini bruttissimi (“remigrazione”) … nel proliferare di dibattiti politici esasperati che spesso ci portano a dimenticare la semplice dimensione umana. Diventa facile dimenticare le persone di origine straniera che incontriamo per strada, nei negozi, nelle scuole dei nostri figli, tra i nostri vicini di casa. Paradossalmente, dove meno te lo aspetti. Sono ben 15 anni che la Parrocchia di S. Erasmo ospita con grande generosità i servizi dell’associazione Insieme Immigrati in Italia rivolti alle persone straniere, persone che però restano per lo più sconosciute alla maggior parte dei parrocchiani. Cosa potevamo fare?
BIBLIOTECA VIVENTE!
Il 12 e il 19 aprile chi usciva dalla messa domenicale della chiesa di S. Erasmo trovava davanti a sé il nostro bel planisfero che ondeggiava lievemente al venticello primaverile, suadente richiamo ad alzare gli occhi al mondo…
…e 3 postazioni coloratissime con i rispettivi “libri viventi”, persone come libri da sfogliare, per scoprire la gioia di raccontare, ascoltare, capire, conoscersi.
C’era una locandina ad annunciare l’evento, e don Alfredo, il parroco, ne aveva caldeggiato la partecipazione durante la Messa, ma non è stato sufficiente a rompere il ghiaccio ed evitare le diffidenze e le incertezze iniziali. Piano piano però il clima si è riscaldato, grazie all’impegno di tutti i protagonisti e al richiamo dei banchetti con le loro accurate scenografie; come spesso accade, il cibo è risultato attrattiva vincente, facilitando l’avvio dei dialoghi. Ne riportiamo alcune testimonianze.
FIRDOWS, marocchina di seconda generazione, volontaria del servizio civile,
studentessa di Scienze Politiche a Napoli, musulmana convinta; vivace e spigliata, pronta a sostenere le proprie idee con chiunque. Racconta: “Pensavo che alle persone non fregasse niente del mio essere italo-marocchina, invece, grazie a quest’esperienza ho notato la curiosità e la voglia di conoscere una nuova cultura negli occhi delle persone che avevo di fronte. C’era con me Natalia, all’inizio un gruppetto di donne ci chiedono titubanti se parlavamo italiano!
Dapprima sembrava che le persone avessero difficoltà a fare domande su cultura e religione, come se avessero paura della mia reazione. Erano confusi: portavo il velo, ero musulmana ma parlavo un italiano fluido senza problemi di comunicazione; ero una ragazza orientale con la sua religione diversa dal cristianesimo. Erano confusi perché convinti che il velo sia un ostacolo per noi ragazze”
DONNA, libanese, in Italia da pochi mesi, studia per l’esame B1 del 6 maggio; operatrice nello Sportello per stranieri,
Poco dopo però il mio tavolo era pieno di gente simpatica e curiosa di saperne di più su di me e sul Libano. Tutti erano felici, sorridenti, mi hanno chiesta se ero io la ragazza Libanese, e molti di loro mi hanno detto che la cultura e il cibo sono simili. Non erano solo gli adulti a farmi domande, ma anche i bambini. Volevano sapere da quanto tempo e perché sono venuta in Italia; com’era la situazione in Libano, la guerra, se le informazioni riportate dai notiziari erano vere. Mi hanno chiesto dove vivevo, che lavoro facevo in Libano e se lavoravo qui in Italia; se ho ancora famiglia nel Libano in guerra.
Molte le domande sul cibo e sulle ricette (di Labneh, Hummus, kaak…), sulla nutrizione, sugli ingredienti alimentari, se il caffè libanese è più leggero del caffè italiano. Mi hanno chiesto il permesso di scattare foto sulle ricette e sulle informazioni nutrizionali.
Secondo me, è stata un’esperienza nuova piacevole e un grande successo.

Poi si è avvicinato con suo padre Mattia, un bambino bello cicciotto di 9-10 anni, che mi ha fatto subito simpatia: era attratto dalla bambola e dai suoi vestiti, e gli ho spiegato che era vestita col costume tradizionale albanese. Poi ha fatto domande sulla bandiera, e gli ho spiegato che il colore rosso ricorda il sangue dei martiri che hanno combattuto per la libertà dell’Albania; e l’aquila a due teste, simbolo del “Paese delle aquile”, è un simbolo della forza e del coraggio degli albanesi che si sono uniti per sorvegliare e proteggere i confini.
Il papà di Mattia era interessato alla cucina albanese, simile a quella della Grecia e della Turchia, diversa dall’italiana (è più pesante). Un’altra si è interessata ai miei lavori all’uncinetto; ragazze giovani si sono interessate a me, con domande più personali. Oggi veramente è stata una grande vittoria, spero che ne facciamo altre ancora più belle”
Sviluppo interessante: i catechisti ci hanno chiesto di riportare l’esperienza in un incontro apposito dedicato ai bambini di 10/11 anni; hanno aderito immediatamente Anila e Donna (Firdows aveva impegni) che sono tornate entusiaste anche dalla nuova esperienza.
Maria Grossi, Associazione Insieme Immigrati in Italia
















