Un’altra domenica con i nostri “Libri viventi” a Formia
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Un’altra domenica con i nostri “Libri viventi” a Formia
Nella seconda domenica la folla ha avuto meno reticenze, si è avvicinata subito. Il ghiaccio si stava sciogliendo! … ecco i risultati:
IBRA, burkinabé. Giunto in Italia come richiedente asilo, presto operatore nel centro di accoglienza che lo aveva accolto. Sposato con una ex socia di Insieme, si è laureato in Scienze Sociali. Sempre impegnato, lavora attualmente con la Croce Rossa, inviato in Libano, in Ucraina e zone di guerra per aprire corridoi umanitari. Racconta: “Partecipare alla Biblioteca Vivente è stato, per me, molto più di un semplice intervento. È stato come aprire una porta sulla mia storia, sulla mia cultura e sulle ferite che ancora oggi segnano la vita di tante bambine e donne del Burkina Faso e di molti altri Paesi. Quando ho mostrato gli oggetti della mia tradizione e ho parlato della mutilazione genitale femminile, non era solo informazione: era memoria, era dolore, era responsabilità. Ho sentito che ogni parola che pronunciavo portava con sé la voce di chi non può parlare, di chi ha subito questa pratica e di chi lotta per proteggere le proprie figlie. La cosa che mi ha colpito di più sono stati gli sguardi: delle bambine, delle ragazze, delle donne presenti. Occhi che si riempivano di tristezza, incredulità, empatia. In quei momenti ho capito che il mio racconto stava arrivando dritto al cuore, che stava creando un ponte tra mondi diversi, tra culture che spesso non si incontrano davvero. Molte persone mi hanno fatto domande profonde, rispettose, sincere: su come si può fermare questa pratica, su cosa spinge le famiglie a perpetuarla, su come si può fermare questa pratica, su cosa spinge le famiglie a perpetuarla, su come si può aiutare chi fugge per salvare le proprie figlie. Ho percepito un grande desiderio di capire, non per curiosità, ma per responsabilità.
La canzone che ho portato è stata un momento speciale. Era come un respiro, un modo per trasformare il dolore in qualcosa che unisce, che consola, che dà forza. Ho visto persone commuoversi, e in quel momento ho sentito che non ero solo: la mia storia era diventata anche un po’ loro. Questa esperienza mi ha lasciato molto. Mi ha ricordato che parlare è un atto di coraggio, ma anche un atto d’amore verso chi verrà dopo di noi. Mi ha fatto capire che la Biblioteca Vivente non è solo un evento: è uno spazio dove le persone si incontrano davvero, dove le differenze non dividono ma illuminano. Se posso fare una proposta, è questa: continuare. Continuare a creare spazi dove le storie possono essere ascoltate senza giudizio. Continuare a dare voce a chi spesso non ce l’ha. Continuare a costruire ponti tra culture, perché solo così possiamo cambiare qualcosa, anche poco alla volta. Per me è stato un onore “lasciare il segno”. Ma anche voi avete lasciato un segno in me.”
INNA, ucraina, in Italia da 10 anni, si prepara per l’esame B2 e…per una pièce in teatro.
Ha 2 lauree, in filologia e psicologia. A Vinnitsa (Ucraina) ha lavorato come giornalista in diversi giornali regionali e nazionali; ha fondato e diretto la rivista mensile “Vinnichanka”(= donna di Vinnitsa). Racconta: “È stato un evento indimenticabile: la gente si avvicinava ai banchetti, guardava foto, paesaggi, assaggiava deliziosi piatti nazionali; è stato un piacere conoscere e parlare con molte persone. Un signore mi ha chiesto perché noi ucraini non vogliamo fare la pace, accettando le condizioni di Putin ed evitando così la morte di soldati e cittadini. Volevo piangere (ho perso in questa bruttissima guerra parenti, vicini, colleghi…) Sul banco avevo il libro “La bambina di Kiev”, di Luca Crippa e Maurizio Onnis: vorrei che tutti gli italiani lo leggessero, per capire quanto non siamo stati noi a volere questa guerra con cui ci hanno aggredito.
Sul mio banco c’erano i nostri vestiti ricamati con la particolare fantasia ucraina: per noi sono un simbolo sacro. Abbiamo anche una festa, il 25 maggio, “Vishivanka”, in cui la gente sfila in tutto il paese con abiti ricamati.
Sono stata contentissima per come hanno apprezzato i nostri dolci tradizionali; un signore, pasticcere, mi ha addirittura fatto i complimenti e mi ha mostrato le foto dei suoi dolci esclusivi. Siamo diventati amici. Vorrei dire che eventi simili sono una grande occasione per fare il nostro mondo più unito, è una spinta alla solidarietà. In fondo siamo tutti cittadini della casa comune, la Terra, da amare e rispettare per le generazioni future.
FATIMA, venezuelana: donna formidabile, 2 lauree, ex ispettrice di bordo per la sicurezza, sposata, madre di Abdulay, piccolo con la sindrome di down altrettanto formidabile, e Adam. Studia per il prossimo esame B1, ma è sempre pronta a condividere il suo tempo e le sue energie. Racconta: La biblioteca vivente è stata per me un’emozione mai sentita da quando sto in Italia. Non tanto per spiegare agli italiani chi è Fatima, la sua origine, la sua vita; vorrei descriverla come una giornata ricca di insegnamenti e di interscambi colturali, un’occasione per accogliere persone mai viste e raccontare loro un po’ della cosa meravigliosa che è essere Venezuelana, aver vissuto là, in quella terra calda, piena di sole, e nello stesso tempo raccontare con tristezza la situazione in cui il governo e la dittatura hanno messo il mio paese.
Maria Grossi, Associazione Insieme Immigrati in Italia